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mercoledì 23 dicembre 2009

Ricevo dall'amico Vittorio (di noisiamochiesa.org) questa mail di una comunità cristiano-palestinese

Un momento di verità:

Una parola di fede, speranza e amore dal cuore della sofferenza Palestinese


Introduzione

Noi, un gruppo di cristiani palestinesi, dopo una preghiera, una riflessione ed esserci confrontati, gridiamo dal cuore della sofferenza del nostro paese, sotto l’occupazione israeliana, con un grido di speranza in assenza di ogni speranza, un grido di preghiera e di fede verso un Dio sempre attento, verso la provvidenza divina di Dio per tutti gli abitanti di questa terra.

Ispirati dal mistero dell’amore di Dio rivolto a tutti, il mistero della presenza divina di Dio nella storia di tutte le genti, e, in modo particolare, nella storia del nostro paese, proclamiamo la nostra parola basata sulla nostra fede cristiana, nonché sul nostro senso di appartenenza alla Palestina – una parola di fede, speranza e amore.

Perché ora? Perché oggi abbiamo raggiunto un punto morto nella tragedia del popolo palestinese. I potenti si accontentano di gestire la crisi piuttosto che impegnarsi a trovare un modo per risolverla.

I cuori dei credenti sono pieni di amarezza e di sconcerto: Cosa fa la comunità internazionale? Cosa fanno i leader politici di Palestina, Israele e del mondo arabo? Cosa fa la chiesa? Il problema non è soltanto di ordine politico. E’ una politica con cui gli esseri umani vengono distrutti, e questa dovrebbe essere una preoccupazione della chiesa.

Ci rivolgiamo ai fratelli e sorelle, membri della nostra chiesa in questa terra. Ci appelliamo, da cristiani e palestinesi, ai nostri leader politici e religiosi, alla società palestinese e a quella israeliana, alla comunità internazionale, ai fratelli e alle sorelle cristiani nelle chiese del mondo.


  1. La realtà che abbiamo di fronte

    1. Dicono: “Pace, pace, mentre pace non c’è” (Ger 6,14). Ultimamente tutti parlano di pace in Medio Oriente e dei processi di pace. Ad oggi, tuttavia, queste sono solo parole; la realtà è quella di una occupazione di Israele nei territori palestinesi, sottrazione della nostra libertà e tutto ci che ne consegue:

      1. Il muro di separazione eretto in territorio palestinese, gran parte del quale è stato confiscato per questa ragione, ha reso le nostre città e i nostri villaggi come prigioni, separandoli gli uni dagli altri, tramutandoli in tanti cantoni dispersi e divisi. Gaza, specialmente dopo la guerra cruenta che Israele le ha scatenato contro nel dicembre 2008 e nel gennaio 2009, continua a vivere in condizioni inumane, sotto assedio permanente e separazione dagli altri territori palestinesi.

      2. Gli insediamenti israeliti devastano la nostra terra in nome di Dio e in nome della forza, controllando le nostre risorse naturali, compresa l’acqua e le risorse agricole, deprivando quindi centinaia di migliaia di palestinesi e costituendo un ostacolo alla soluzione politica.

      3. La realtà è l’umiliazione quotidiana alla quale siamo soggetti ai checkpoint militari, quando andiamo al lavoro, a scuola o in ospedale.

      4. La realtà è la separazione tra i membri della stessa famiglia, rendendo la vita familiare impossibile a migliaia di palestinesi, specialmente laddove un coniuge non possiede la carta di identità israeliana.

      5. La libertà religiosa è duramente repressa; la libertà di accesso ai luoghi di culto è negata con il pretesto della sicurezza. Gerusalemme e i suoi luoghi sacri sono irraggiungibili per molti cristiani o musulmani della sponda occidentale e della striscia di Gaza. Anche i gerosolimitani riscontrano restrizioni durante le feste religiose. Parte del clero arabo è regolarmente diffidato dall’entrare a Gerusalemme.

      6. Anche i rifugiati fanno parte della nostra realtà. La maggior parte di questi vive ancora nei campi in condizioni difficili. Hanno aspettato di riacquisire i propri diritti generazione dopo generazione. Quale sarà il loro destino?

      7. E i prigionieri? Le migliaia di prigionieri che si trovano nelle prigioni israeliane fanno parte della nostra realtà. Gli israeliti smuovono cielo e terra per la liberazione di un prigioniero e le migliaia di prigionieri palestinesi, quando riavranno la loro libertà?

      8. Gerusalemme è il cuore della nostra realtà. E’, allo stesso tempo, simbolo di pace e segno di conflitto. Mentre il muro di separazione divide i quartieri palestinesi, Gerusalemme viene svuotata dei suoi cittadini palestinesi, cristiani e musulmani. Le loro carte di identità vengono confiscate, che significa la perdita del diritto di risiedere a Gerusalemme. Le loro case vengono demolite o espropriate. Gerusalemme, città di riconciliazione, è diventata una città di discriminazione ed esclusione, una sorgente di lotta piuttosto che di pace.

    2. Parte di questa realtà è anche la trasgressione da parte di Israele delle leggi internazionali e delle risoluzioni internazionali, oltre all’immobilità del mondo arabo e della comunità internazionale di fronte a questi fatti. I diritti umani vengono violati e, nonostante le tante informazioni diffuse dalle organizzazioni internazionali per la salvaguardia dei diritti umani, l’ingiustizia continua.

      1. I palestinesi entro lo stato di Israele, che hanno vissuto ingiustizie storiche, sebbene siano cittadini e abbiano quindi i diritti e gli obblighi dei cittadini, subiscono ancora trattamenti discriminatori. Anch’essi aspettano di poter godere dei pieni diritti e dell’uguaglianza come tutti gli altri cittadini dello stato.

    3. L’emigrazione è un altro elemento della nostra realtà. L’assenza di qualunque barlume di speranza di pace e libertà spinge i giovani, sia musulmani che cristiani, ad emigrare. Quindi il paese è deprivato della sua più importante ricchezza – i giovani istruiti. Il declino del numero dei cristiani, particolarmente in Palestina, è una delle pericolose conseguenze, sia del conflitto che dell’immobilismo locale ed internazionale e della incapacità di trovare una soluzione efficace al problema.

    4. Di fronte a questa realtà, Israele giustifica le sue azioni come auto-difesa, compresa l’occupazione, la pena collettiva e le altre forme di soprusi contro i palestinesi. Secondo noi, questa visione è il capovolgimento della realtà. Sì, c’è la resistenza palestinese all’occupazione. Tuttavia, se non ci fosse occupazione, non ci sarebbe resistenza, nessun timore, nessuna insicurezza. Questa è la nostra conoscenza del problema. Quindi, chiediamo agli israeliti di porre fine all’occupazione. Vedranno così un nuovo mondo senza paure, senza minaccia, ma un mondo sicuro di giustizia e pace.

    5. Le reazioni palestinesi a questa realtà sono state molteplici. Alcuni hanno risposto con le negoziazioni: la posizione ufficiale delle autorità palestinesi, ma non ha fatto avanzare il processo di pace. Alcuni partiti politici hanno seguito la strada della resistenza armata. Israele ha usato questo come pretesto per accusare i palestinesi di essere terroristi e per distorcere la reale natura del conflitto, presentandolo come la guerra di Israele contro il terrore, invece che l’occupazione israelita contrastata dalla resistenza palestinese per fare in modo che finisse.

      1. Questa tragedia è stata peggiorata dal conflitto interno tra gli stessi palestinesi, e dalla separazione di Gaza dal resto del territorio palestinese. Vale la pena sottolineare che, anche se ci sono divisioni tra gli stessi palestinesi, la comunità internazionale ha una grande responsabilità, quella di non aver accettato di occuparsi fattivamente della volontà che i palestinesi avevano espresso con le elezioni democratiche del 2006. Torniamo a sottolineare che la nostra parola cristiana nel mezzo di tutto questo, nel mezzo di una catastrofe, è una parola di fede, speranza e amore.

  1. Una parola di fede: crediamo in un solo Dio, un Dio buono e giusto

    1. Crediamo in Dio, un solo Dio, Creatore dell’universo e dell’umanità. Crediamo in un Dio buono e giusto, che ama ciascuna delle sue creature. Crediamo che ogni essere umano sia creato ad immagine e somiglianza di Dio e che la dignità di ognuno derivi dalla stessa dignità dell’Onnipotente. Crediamo che questa dignità sia una sola e sia la stessa in ciascuno e in tutti noi. Questo significa che, qui ed ora, particolarmente in questa terra, Dio non ci ha creato affinché potessimo intraprendere guerre e conflitti, ma perché potessimo avvicinarci, conoscerci ed amarci l’un l’altro, e costruire insieme la terra con amore e rispetto reciproco.

      1. Crediamo anche nell’eterna parola di Dio, il suo Figlio unigenito, il nostro Signore Gesù Cristo, che Dio ha mandato come Salvatore del mondo.

      2. Crediamo nello Spirito Santo, che accompagna la chiesa e tutta l’umanità nel loro cammino. E’ lo Spirito che ci aiuta a capire le Sacre Scritture, sia l’Antico che il Nuovo Testamento, spiegandoci la loro unità, qui e ora. Lo Spirito rende manifesta la rivelazione di Dio all’umanità, passata, presente e futura.

    2. Come interpretiamo la parola di Dio? Noi crediamo che Dio abbia parlato all’umanità, qui nella nostra terra: “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo” (Eb 1,1-2)

      1. Noi, cristiani palestinesi, crediamo, come i cristiani di tutto il mondo, che Gesù Cristo sia venuto per adempiere la legge e i profeti. Egli è l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine, e nella sua luce e con la guida dello Spirito Santo, abbiamo letto le Sacre Scritture. Noi mediamo ed interpretiamo le Scritture come fece Gesù Cristo con i due discepoli sulla strada di Emmaus. Come è scritto nel Vangelo secondo S. Luca “E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,27).

      2. Nostro Signore Gesù Cristo è venuto per proclamare che il Regno di Dio era vicino. Ha provocato una rivoluzione nella vita e nella fede di tutta l’umanità. E’ venuto con “una dottrina nuova” (Mc 1,27), gettando una nuova luce sull’Antico Testamento, riguardo ai temi che si legano alla fede cristiana e alla nostra vita quotidiana, temi come le promesse, l’elezione, il popolo di Dio e la terra. Noi crediamo che la Parola di Dio sia una Parola vivente, illuminando di luce particolare ciascun periodo storico, manifestando ai credenti cristiani ciò che Dio ci comunica qui ed ora. Per questa ragione, è inaccettabile trasformare la Parola di Dio in lettere di pietra che sovvertono l’amore di Dio e la sua provvidenza nella vita dei popoli e degli individui. Questo è certamente l’errore di una interpretazione biblica fondamentalista che porta morte e distruzione quando la parola di Dio diventa pietrificata e trasmessa di generazione in generazione come una lettera morta. Questa lettera morta viene usata come arma nella storia presente per sottrarci i nostri diritti nella nostra stessa terra.

    3. Il nostro paese ha una missione universale. Noi crediamo che la nostra terra abbia una missione universale. In questa universalità, il senso della promessa, della terra, dell’elezione, del popolo di Dio, si aprono ed includono tutta l’umanità, a cominciare dai popoli di questa terra. Alla luce degli insegnamenti della Sacra Bibbia, la promessa della terra non è mai stata un programma politico, ma piuttosto il preludio al completamento della salvezza universale. Era l’inizio del compimento del Regno di Dio sulla terra.

      1. Dio ha mandato i patriarchi, i profeti e gli apostoli in questa terra così che potessero portare avanti una missione universale nel mondo. Oggi costituiamo tre religioni in questa terra, Giudaismo, Cristianesimo e Islam. La nostra terra è la terra di Dio, come tutti i luoghi del mondo. E’ santa nella misura in cui Dio vi è presente, poiché Dio solo è santo e santificante. E’ dovere di quelli che ci abitano, rispettare il volere di Dio per questa terra. E’ nostro dovere liberarla dal male dell’ingiustizia e dalla guerra. E’ la terra di Dio e quindi deve essere una terra di riconciliazione, pace e amore. Questo è allora possibile. Dio ci ha pensato qui come due popoli, e Dio ci da la capacità, se noi lo vogliamo, di vivere insieme e di stabilirvi giustizia e pace, facendola diventare la vera terra di Dio: “Del Signore è la terra e quanto contiene, l’universo e i suoi abitanti” (Sal 24,1).

      2. La nostra presenza in questa terra, come palestinesi cristiani e musulmani, non è casuale ma legata alla storia e alla geografia di questo paese, risonante vista la stretta connessione di ogni altro popolo alla terra in cui vive. Fu un’ingiustizia quando ci portarono fuori. L’occidente ha tentato di fare ammenda per ciò che i giudei hanno subito nei paesi europei, ma ha fatto ammenda per conto nostro nella nostra terra. Hanno tentato di correggere un’ingiustizia e il risultato fu una nuova ingiustizia.

      3. Inoltre, sappiamo che alcuni teologi occidentali cercano di trovare una legittimità biblica e teologica alla sottrazione dei nostri diritti. Quindi, le promesse, secondo la loro interpretazione, sono diventate una minaccia alla nostra esistenza reale. La “buona notizia” dello stesso Vangelo è diventata “un ricettacolo di morte” per noi. Chiediamo a questi teologi di approfondire la loro riflessione sulla Parola di Dio e di rettificare le loro interpretazioni così che possano vedere nella Parola di Dio quale fonte di vita per tutti i popoli.

      4. Il nostro legame con questa terra è un diritto naturale. Non è soltanto una questione ideologica o teologica. E’ una questione di vita o di morte. Ci sono quelli che non sono d’accordo con noi, definendoci perfino nemici solo perché dichiariamo di voler vivere da persone libere nella nostra terra. Subiamo l’occupazione della nostra terra perché siamo palestinesi. E come cristiani palestinesi subiamo una errata interpretazione di alcuni teologi. Di fronte a questo, il nostro compito è salvaguardare la Parola di Dio quale fonte di vita e non di morte, così che “la buona notizia” rimanga ciò che è, “buona notizia” per noi come per tutti. Di fronte a coloro che usano la Bibbia per minacciare la nostra esistenza di cristiani e musulmani palestinesi, rinnoviamo la nostra fede in Dio poiché sappiamo che la parola di Dio non può essere fonte della nostra distruzione.

    4. Quindi, dichiariamo che qualunque uso della Bibbia per legittimare o sostenere opzioni o posizioni politiche che si basino sull’ingiustizia, imposta da una persona sull’altra, o da un popolo sull’altro, trasforma la religione in ideologia umana e spoglia la Parola di Dio della sua santità, universalità e verità.

    5. Dichiariamo anche che l’occupazione israeliana della terra palestinese è un peccato contro Dio e contro l’umanità poiché depriva i palestinesi dei fondamentali diritti umani, conferiti da Dio. Distorce l’immagine di Dio per Israele che è diventato l’occupante, così come distorce la stessa immagine per i palestinesi che vivono sotto occupazione. Dichiariamo che qualunque teologia, apparentemente basata sulla Bibbia o sulla fede o sulla storia, che legittima l’occupazione, è ben lontana dagli insegnamenti cristiani, poiché induce alla violenza e alla guerra santa nel nome del Dio Onnipotente, subordinando Dio agli interessi umani del momento, e distorcendo l’immagine divina negli esseri umani che vivevano ingiustizie sia politiche che teologiche.

  2. Speranza

    1. Nonostante la mancanza anche di un barlume di aspettative positive, la nostra speranza rimane forte. L’attuale situazione non promette una soluzione veloce o la fine dell’occupazione che stiamo subendo. Si, le iniziative, le conferenze, le visite, le negoziazioni si sono moltiplicate, ma non sono state seguite da cambiamenti nella nostra situazione o nella nostra sofferenza. Anche la nuova posizione degli Stati Uniti, che è stata annunciata dal Presidente Obama, con il manifesto desiderio di porre fine alla tragedia, non è stata in grado di operare un cambiamento della realtà. La chiara reazione di Israele, rifiutando ogni soluzione, non lascia spazio ad aspettative positive. Nonostante ciò, la nostra speranza resta forte, perché viene da Dio. Solo Dio è buono, onnipotente e amorevole e la sua bontà, giorno per giorno, sarà vittoriosa sul male nel quale ci troviamo. Come ha detto S. Paolo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? (…) Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto “Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno” (…) Io sono infatti persuaso che nulla nella creazione, potrà mai separarci dall’amore di Dio” (Rom 8,31,35,36,39).

    2. Qual è il significato della speranza? La speranza per noi è soprattutto e prima di tutto fede in –Dio e poi la nostra aspettativa di un futuro migliore, a dispetto di tutto. Terzo, significa non inseguire le illusioni – sappiamo che non ci siamo neanche vicini. La speranza è la capacità di vedere Dio in mezzo al disagio, e di essere collaboratori dello Spirito Santo che abita in noi. Da questa visione deriva la forza per rimanere fermi e lavorare per cambiare la realtà nella quale ci troviamo. Speranza significa non arrendersi al male ma fronteggiarlo e continuare e resistergli. Non c’è nulla nel presente o nel futuro tranne che rovina e distruzione. Vediamo la mano dei potenti, la crescita di una separazione razzista e l’imposizione di leggi che negano la nostra esistenza e dignità. Vediamo confusione e divisione tra i palestinesi. Se, a dispetto di tutto questo, resistiamo a questa realtà di oggi e lavoriamo sodo, forse la distruzione che è minacciosa all’orizzonte non verrà su di noi.

    3. Segni di speranza. La chiesa nella nostra terra, i suoi leader e i suoi fedeli, nonostante i suoi limiti e le divisioni, non mostra segni di speranza. Le nostre comunità parrocchiali sono vivaci e la maggior parte dei nostri giovani sono apostoli attivi di giustizia e pace. Oltre all’impegno individuale, le nostre istituzioni ecclesiastiche rendono la nostra fede attiva nel servizio, nell’amore e nella preghiera.

      1. Tra i segni di speranza ci sono i centri locali di teologia, con il loro carattere religioso e sociale. Sono numerosi, di diverse confessioni. Lo spirito ecumenico, anche se ancora esitante, si palesa sempre più negli incontri delle nostre varie comunità ecclesiali.

      2. Possiamo aggiungere a questi i numerosi incontri del dialogo inter-religioso, dialogo cristiano-islamico, che include i leader religiosi e una parte del popolo. Bisogna pur riconoscere che il dialogo è un lungo processo ed è perfezionato attraverso uno sforzo quotidiano laddove viviamo le stesse sofferenze e abbiamo le stesse aspettative. Esiste dialogo anche tra le tre religioni, giudaismo, cristianesimo e islam, così come diversi incontri a livello accademico e sociale. Tutti tentano di infrangere i muri imposti dall’occupazione e di opporsi alla percezione distorta degli esseri umani nel cuore dei fratelli e sorelle.

      3. Uno dei segni di speranza più importanti è la fermezza delle generazioni, la fede nella giustizia della loro causa e la continuità della memoria, che no dimentica la “Nakba” (catastrofe) e il suo significato. Analogamente significativa è la crescente consapevolezza nelle molte chiese sparse nel mondo e il loro desiderio di conoscere la verità su ciò che sta accadendo qui.

      4. Oltre a tutto ciò, vediamo la determinazione tra i tanti che superano i risentimenti del passato per andare verso la riconciliazione una volta che la giustizia sarà restaurata. La consapevolezza mondiale del bisogno di restaurare i diritti politici dei palestinesi è in aumento, e le voci ebree e israeliane, che invocano pace e giustizia, vengono levate a sostegno, con l’approvazione della comunità internazionale. Vero, queste forze per la giustizia e la riconciliazione non sono state ancora in grado di trasformare la situazione di ingiustizia, ma hanno la loro influenza e possono abbreviare il tempo della sofferenza e affrettare il tempo della riconciliazione.

    4. La missione della chiesa. La nostra chiesa è una chiesa di persone che pregano e servono. Questa preghiera e questo servizio sono profetici, custodendo la voce di Dio nel presente e nel futuro. Tutto ciò che accade nella nostra terra, chiunque vi abiti, i dolori e le speranze, tutte le ingiustizie e tutti i tentativi per fermarle, sono parte e porzione della preghiera della nostra chiesa e del servizio di tutte le sue istituzioni. Sia grazie a Dio se la nostra chiesa alza la voce contro l’ingiustizia nonostante il fatto che alcuni la vorrebbero silente, chiusa nelle sue devozioni religiose.

      1. La missione della chiesa è profetica, annunciare la Parola di Dio coraggiosamente, onestamente e amorevolmente nel contesto locale e nel mezzo degli eventi quotidiani. Se si schiera con qualcuno, è con gli oppressi, per stare al loro fianco, proprio come Cristo nostro Signore è stato al fianco di ogni povero e ogni peccatori, invitandolo alla conversione, alla vita, al recupero della dignità riconosciutagli da Dio e che nessuno ha il diritto di portargli via.

      2. La missione della chiesa è proclamare il Regno di Dio, un regno di giustizia, pace e dignità. La nostra vocazione, come chiesa vivente, è testimoniare la bontà di Dio e la dignità di ogni essere umano. Siamo chiamati a pregare e a far sentire la nostra voce quando annunciamo una nuova società in cui gli esseri umani credano nella propria dignità e in quella dei loro avversari.

      3. La nostra chiesa guarda al Regno, che non può essere legato a nessun regno terreno. Gesù, davanti a Pilato, ha detto di essere un re ma “il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18,36). S. Paolo ha detto: “Il Regno di Dio non è infatti questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Rm 14,17). Quindi, la religione non può favorire o supportare nessun regime politico ingiusto, ma promuovere la giustizia, la verità e la dignità umana. Deve esercitare ogni tentativo di purificare i regimi in cui gli esseri umani soffrono a causa di ingiustizie o la dignità umana viene violata. Il Regno di Dio sulla terra non dipende da alcun orientamento politico, poiché è più grande e più inclusivo di qualunque altro sistema politico particolare.

      4. Gesù Cristo ha detto “Il Regno di Dio è tra voi” (Lc 17,21). Questo Regno che è presente tra noi e in noi è l’estensione del mistero della salvezza. E’ la presenza di Dio tra noi e il nostro senso di quella presenza in tutto ciò che facciamo o diciamo. E’ in questa divina presenza che dobbiamo fare quel che possiamo affinché si raggiunga la giustizia sulla terra.

      5. Le circostanze dolorose in cui la chiesa palestinese ha vissuto e continua a vivere hanno spinto la chiesa a esplicitare la sua fede e ad identificare meglio la propria vocazione. Abbiamo studiato la nostra vocazione e siamo arrivati a conoscerla meglio in mezzo a sofferenza e dolore: oggi, abbiamo la forza dell’amore piuttosto che della vendetta, una cultura di vita piuttosto che di morte. Questa è una fonte di speranza per noi, per la chiesa e per il mondo.

    5. La risurrezione è la fonte della nostra speranza. Proprio come Cristo ha vinto la morte e il male, anche noi siamo capaci, come ogni abitante di questa terra, di estinguere il male della guerra. Rimarremo una chiesa testimone, determinata e attiva nella terra della risurrezione.

  3. Amore

    1. Il comandamento dell’amore. Cristo nostro Signore ha detto: “Come vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34). Ci ha già mostrato come amare e come trattare i nostri nemici. Ha detto: “Avete inteso che fu detto ‘amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico’. Ma io vi dico Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il so sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.(…) Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. (Mt 5,43-47). Anche S. Paolo ha detto: “Non rendete a nessuno male per male” (Rm 12,17). E S. Pietro ha detto: “Non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma al contrario, rispondete benedicendo perché a questo siete stati chiamati” (1Pt 3,9).

    2. Resistenza. Questa parola è chiara. L’amore è il comandamento che Cristo nostro Signore ci ha lasciato e comprende gli amici e i nemici. Questo deve essere chiaro quando ci troviamo in circostanze in cui dobbiamo rispondere al male di qualunque tipo.

      1. L’amore è vedere il volto di Dio in ogni essere umano. Ogni persona è mio fratello o mia sorella. Tuttavia, vedendo il volto di Dio in ognuno non significa accettare il male o l’aggressione da parte sua. Piuttosto, questo amore cerca di correggere il male e di fermare l’aggressione. L’ingiustizia contro il popolo palestinese, cioè l’occupazione israeliana, è un male che deve essere combattuto. E’ un male e un peccato che deve essere contrastato e rimosso. La primaria responsabilità di questo è degli stessi palestinesi che subiscono l’occupazione. L’amore cristiano ci invita ad opporci. Tuttavia, l’amore mette fine al male camminando sulla vie della giustizia. La responsabilità è inoltre della comunità internazionale, poiché oggi le leggi internazionali regolano i rapporti tra i popoli. Infine la responsabilità è di coloro che perpetuano l’ingiustizia; essi devono liberarsi dal male che è in loro e dall’ingiustizia che hanno imposto agli altri.

      2. Quando guardiamo alla storia delle nazioni, vediamo molte guerre e molta opposizione alla guerra con altra guerra, alla violenza con la violenza. Il popolo palestinese ha intrapreso la strada di quei popoli, in particolare nelle prime fasi della lotta all’occupazione di Israele. Tuttavia, ha ingaggiato una lotta pacifica, specialmente durante la prima Intifada. Riconosciamo che tutti i popoli devono trovare un nuovo percorso nelle relazioni tra di loro e una risoluzioni ai loro conflitti. La forza deve far largo alla giustizia. Questo si addice in particolare ai popoli che sono militarmente forti, potenti abbastanza da imporre la loro ingiustizia ai deboli.

      3. Affermiamo che la nostra scelta come cristiani di fronte all’occupazione israeliana è di resistere. La resistenza è un diritto e un dovere per il cristiano. Ma è resistenza che ha l’amore come logica. E’ quindi una resistenza creativa poiché deve trovare strade umane che impegnino l’umanità del nemico. Vedendo il volto di Dio nel volto di ogni nemico significa prendere posizione alla luce di questa visione di resistenza attiva per fermare l’ingiustizia e obbligare gli oppressori a porre fine all’aggressione, e quindi raggiungere il desiderato obiettivo, riavere la terra, la libertà, la dignità e l’indipendenza.

      4. Cristo nostro Signore ci ha lasciato un esempio da imitare. Dobbiamo combattere il male, ma ci ha insegnato che non possiamo combattere il male con il male. Questo è un comandamento difficile, specie quando il nemico è determinato ad imporsi e a negare il nostro diritto di restare qui nella nostra terra. E’ un comandamento difficile, ma da solo può contrastare le dichiarazioni delle autorità occupanti che rifiutano la nostra esistenza e le molte scuse che queste autorità utilizzano per continuare ad imporci l’occupazione.

      5. Resistere al male dell’occupazione è quindi parte di questo amore cristiano che rifiuta il male e lo corregge. Resiste al male in tutte le sue forme con i metodi che appartengono alla logica dell’amore e puntano le energie all’avvento della pace. Possiamo resistere attraverso la disobbedienza civile. Non resistiamo con la morte ma con il rispetto della vita. Rispettiamo e abbiamo molta considerazione di tutti coloro che hanno offerto la propria vita per il nostro paese. E sosteniamo che ogni cittadino debba essere pronto a difendere la propria vita, la propria libertà, la propria terra.

      6. Le organizzazioni civili palestinesi, come le organizzazioni internazionali, le ONG e alcune istituzioni religiose si appellano affinché gli individui, le aziende e gli stati si impegnino nel disinvestimento e nel boicottaggio di tutto ciò che viene prodotto dall’occupazione. Ci sembra che questo integri la logica della resistenza pacifica. Queste campagne devono essere portate avanti con coraggio, proclamando sinceramente ed apertamente che il loro scopo non è la vendetta ma la fine del male esistente, la liberazione sia degli oppressori che delle vittime dell’ingiustizia. L’obiettivo è liberare le persone dalle posizioni estreme dei differenti governi israeliani, portando alla giustizia e alla riconciliazione. In questo spirito e con questi scopi raggiungeremo finalmente la risoluzione dei nostri problemi, come è accaduto in Sud Africa e in altri movimenti di liberazione nel mondo.

    3. Con il nostro amore, superermo le ingiustizie e stabiliremo le fondamenta per una società nuova per noi e per gli avversari. Il nostro futuro e il loro futuro sono lo stesso futuro. Sia il ciclo della violenza che ci distrugge entrambi che la pace di cui beneficeremo entrambi. Ci appelliamo ad Israele affinché interrompa l’ingiustizia verso di noi, non per voler fuorviare la verità dell’occupazione fingendo che sia una battaglia contro il terrorismo. Le radici del “terrorismo” sono nell’ingiustizia umana commessa e nel male dell’occupazione. Questi devono essere scalzati se si ha davvero intenzione di sconfiggere il “terrorismo”. Facciamo appello al popolo di Israele affinché sia nostro alleato per la pace e non per il ciclo interminabile delle violenze. Resistiamo al male insieme, all’occupazione e all’inferno della violenza.

  4. La nostra parola ai fratelli e sorelle

    1. Siamo tutti di fronte ad una strada interrotta, ad un futuro che promette soltanto sventure. La nostra parola a tutti i fratelli e sorelle cristiani è una parola di speranza, pazienza, fermezza e nuova azione per un futuro migliore. La nostra parola è che noi, come cristiani, portiamo un messaggio, e continueremo a portarlo, nonostante le angustie, il sangue e le difficoltà di ogni giorno. Riponiamo la speranza in Dio, che ci garantirà sollievo a suo tempo. Ma allo stesso tempo, continuiamo ad agire insieme a Dio e secondo il volere di Dio, costruendo, resistendo al male e avvicinando il giorno della giustizia e della pace.

    2. Diciamo ai nostri fratelli e sorelle cristiani: questo è il tempo della conversione. Essa ci riporta alla comunione d’amore con chiunque soffra, con i prigionieri, i feriti, gli afflitti con handicap temporanei o permanenti, i bambini che non possono vivere la loro infanzia e con ciascuno pianga un suo caro. La comunione d’amore suggerisce ad ogni credente in spirito e verità: se mio fratello è prigioniero, io sono prigioniero; se la sua casa è distrutta, la mia casa è distrutta; quando mio fratello viene ucciso, io vengo ucciso. Noi ci troviamo di fronte alle stesse sfide e condividiamo ciò che è accaduto e che accadrà. Forse sia come individui che come capi di chiese, siamo stati in silenzio quando avremmo dovuto gridare per condannare l’ingiustizia e condividere la sofferenza. Questo è un tempo di pentimento per il nostro silenzio, l’indifferenza, la mancanza di comunione, sia perché non abbiamo perseverato nella nostra missione in questa terra e l’abbiamo abbandonata, sia perché non abbiamo pensato e fatto abbastanza per cercare una visione nuova ed integrata e siamo rimasti divisi, svilendo la nostra testimonianza e indebolendo la nostra parola. Pentimento per esserci preoccupati delle istituzioni, a danno della nostra missione, quindi zittendo la voce profetica donata dallo Spirito alle chiese.

    3. Ci appelliamo ai cristiani affinché rimangano fermi in questo tempo di prova, proprio come lo sono stati nei secoli, attraverso la successione degli stati e dei governi. Siate pazienti, determinati e pieni di speranza così che possiate riempire il cuore di ciascuno dei vostri fratelli e sorelle che condivideranno la stessa prova, con altrettanta speranza. “Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3,15). Siate attivi e, conferite queste sembianze all’amore, partecipate a qualunque sacrificio che la resistenza richieda per superare il travaglio presente.

    4. Non abbiamo grandi numeri ma il nostro messaggio è grande ed importante. Il nostro paese ha urgente bisogno d’amore. Il nostro amore è un messaggio al musulmano e al giudeo, così come al resto del mondo.

      1. Il nostro messaggio al musulmano è un messaggio d’amore e di convivenza e un appello al rifiuto del fanatismo e dell’estremismo. E’ anche un messaggio al mondo che i musulmani non devono essere stereotipati come il nemico o dipinti come terroristi, ma si deve vivere con loro nel dialogo.

      2. Il nostro messaggio ai giudei dice loro: anche se ci siamo combattuti nel recente passato e lottiamo ancora oggi, siamo capaci di amarci e vivere insieme. Possiamo organizzare la nostra vita politica, con tutta la sua complessità, secondo la logica di questo amore e del suo potere, dopo aver posto fine all’occupazione ed aver stabilito la giustizia.

      3. La parola della fede dice a chiunque sia impegnato in politica: gli esseri umani non sono fatti per l’odio. Non è permesso odiare, né è permesso uccidere o essere uccisi. La cultura dell’amore è la cultura dell’accettazione dell’altro. Attraverso di essa noi ci perfezioniamo noi stessi e le fondamenta della società che abbiamo stabilito.

  5. La nostra parola alle chiese del mondo

    1. La nostra parola alle chiese del mondo è prima di tutto una parola di gratitudine per la solidarietà che ci avete dimostrato a parole, opere e presenza fra di noi. E’ una parola di elogio per le comunità e i cristiani che sostengono il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione. E’ un messaggio di solidarietà con i cristiani e le comunità che hanno sofferto a causa del loro appoggio alla legge e alla giustizia. Tuttavia, è anche un appello al ripensamento; a rivisitare le posizioni teologiche fondamentaliste che supportano certe opzioni politiche ingiuste rispetto al popolo palestinese. E’ un appello a stare a fianco degli oppressi e a preservare la parola di Dio, affinché sia sempre la buona notizia per tutti piuttosto che trasformarla in un’arma con la quale uccidere gli oppressi. La parola di Dio è una parola d’amore per tutta la sua creazione. Dio non è alleato dell’uno contro l’altro, e neanche l’avversario di uno rispetto all’altro. Dio è Signore di tutti e ama tutti, chiede giustizia da parte di tutti e riserva a tutti noi gli stessi comandamenti. Chiediamo alle nostre sorelle chiese di non offrire una copertura teologica all’ingiustizia di cui siamo vittime, per il peccato di occupazione che subiamo. La domanda che rivolgiamo oggi ai nostri fratelli e sorelle nelle chiese è: siete in grado di aiutarci a riacquistare la nostra libertà, dato che questo è l’unica via per aiutare i due popoli a raggiungere la giustizia, la pace, la sicurezza e l’amore?

    2. Per comprendere la nostra realtà, suggeriamo alle chiese: venite e vedrete. Noi faremo la nostra parte, vi faremo conoscere la verità della nostra situazione, ricevendovi come pellegrini che vengono a noi per pregare, portare un messaggio di pace, amore e riconciliazione. Conoscerete i fatti e la gente di questa terra, palestinesi e israeliani.

    3. Condanniamo ogni forma di razzismo, religioso o etnico, compreso l’antisemitismo e l’islamofobia, e vi chiediamo di condannarli e di combatterli in ogni loro manifestazione. Allo stesso tempo facciamo appello a voi affinché parliate nella verità e prendiate posizione nella verità riguardo l’occupazione di Israele in terra palestinese. Come abbiamo già detto, riteniamo che il boicottaggio e il disinvestimento siano mezzi nonviolenti di giustizia, pace e sicurezza per tutti.

  6. La nostra parola per la comunità internazionale. La nostra parola per la comunità internazionale è di evitare il principio di “doppio standard” ed insistere sulle soluzioni internazionali riguardo al problema del popolo palestinese verso tutte le parti. Una applicazione selettiva delle leggi internazionali ci rende vulnerabili alla legge della giungla. Legittima le posizioni di certi gruppi armati e afferma che la comunità internazionale comprenda solo la logica della forza. Quindi, vi invitiamo a reagire a ciò che le istituzioni civili e religiose hanno proposto, come già detto: l’inizio di un sistema di sanzioni economiche e boicottaggio contro Israele. Ripetiamo ancora una volta che questa non è vendetta, ma una azione seria per raggiungere la pace giusta e definitiva che porrà fine all’occupazione di Israele in Palestina e altri territori arabi e garantirà la sicurezza e la pace per tutti.

  7. I leader religiosi musulmani e ebrei.

    1. Infine, rivolgiamo un appello ai leader religiosi e spirituali, ebrei e musulmani, con i quali condividiamo la stessa visione che ogni essere umano sia creato da Dio ed abbia uguale dignità. Da qui l’obbligo per ciascuno di noi di difendere gli oppressi e la dignità che Dio ha riservato loro. Cerchiamo insieme di ergerci al di sopra delle posizioni politiche che hanno fallito fino ad ora e che continuano a portarci su sentieri di insuccesso e sofferenza.

  8. Un appello al nostro popolo palestinese e agli israeliti

    1. Questo è un appello a vedere il volto di Dio in ognuna delle creature di Dio e a superare le barriere della paura o della razza per stabilire un dialogo costruttivo e non rimanere nel circolo vizioso delle manovre senza fine che ambiscono a mantenere la situazione così com’è. Il nostro appello è affinché si raggiunga una visione comune, costruita sull’eguaglianza e la condivisione, non sulla superiorità, la negazione dell’altro o l’aggressione, usando il pretesto della paura e della sicurezza. Sosteniamo che l’amore è possibile e così anche la fiducia reciproca. Quindi, la pace è possibile e anche la definitiva riconciliazione. Quindi, giustizia e sicurezza saranno una realtà per tutti.

    2. L’istruzione è importante. I programmi educativi devono aiutarci a conoscere l’altro per come è piuttosto che attraverso un prisma di conflitto, ostilità o fanatismo religioso. I programmi educativi di oggi sono inficiati da questa ostilità. E’ giunto il tempo di iniziare una nuova formazione che permetta di vedere il volto di Dio nell’altro e dimostri che siamo capaci di amarci a vicenda e di costruire il nostro futuro insieme in pace e sicurezza.

    3. Cercare di fare di uno stato uno stato religioso, giudaico o islamico, annienta lo stato, lo confina entro limiti troppo ristretti, trasformandolo in uno stato che pratica la discriminazione e l’esclusione, preferendo un cittadino rispetto all’altro. Facciamo appello agli ebrei e ai musulmani: lasciate che lo stato sia uno stato per tutti i suoi cittadini, con una visione costruita sul rispetto della religione, ma anche sull’uguaglianza, la giustizia, la libertà e il rispetto del pluralismo e non sul dominio di una religione o di una maggioranza numerica.

    4. Ai leader palestinesi diciamo che le attuali divisioni ci indeboliscono e causano maggiori sofferenze. Niente può giustificare queste divisioni. Per il bene del popolo, che deve surclassare quello dei partiti politici, bisogna porre fine alla divisione. Facciamo appello alla comunità internazionale affinché offra il suo sostegno verso l’unione e rispetti il volere che il popolo palestinese, liberamente espresso.

    5. Gerusalemme è il fondamento della nostra visione e della nostra intera vita. E’ la città alla quale Dio ha riservato particolare importanza nella storia dell’umanità. E’ la città verso cui tutte le genti si muovono – e dove incontreranno amicizia e amore alla presenta dell’Unico Dio, secondo la visione dei profeta Isaia: “Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti (…) Egli sarà giudice fra le genti, e sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà mai più la spada contro un altro popolo, non eserciteranno più l'arte della guerra” (Is 2,2-5). Oggi, la città è abitata da due popoli di tre religioni; ed è su questa visione profetica e sulle risoluzioni internazionali che riguardano tutta Gerusalemme che si deve basare una soluzione politica. Questo è il primo tema che deve essere negoziato poiché il riconoscimento della santità di Gerusalemme e il suo messaggio, saranno fonte di ispirazione verso la soluzione all’intero problema, che è di gran lunga un problema di fiducia reciproca e di capacità di costituire una nuova terra in questa terra di Dio.

  9. Speranza e fede in Dio

    1. In assenza di speranza, noi gridiamo il nostro grido di speranza. Crediamo in Dio, buono e giusto. Crediamo che la bontà di Dio infine trionferà sull’odio e sulla morte che ancora persistono nella nostra terra. Vedremo qui “una nuova terra” e “un nuovo essere umano”, capace di innalzarsi nello spirito fino ad amare ognuno dei suoi fratelli e sorelle.





As Palestinian Christians we hope that this document will provide the turning point to focus the efforts of all peace-loving peoples in the world, especially our Christian sisters and brothers. We hope also that it will be welcomed positively and will receive strong support, as was the South Africa Kairos document launched in 1985, which, at that time proved to be a tool in the struggle against oppression and occupation. We believe that liberation from occupation is in the interest of all peoples in the region because the problem is not just a political one, but one in which human beings are destroyed.

We pray God to inspire us all, particularly our leaders and policy-makers, to find the way of justice and equality, and to realize that it is the only way that leads to the genuine peace we are seeking.

  • His Beatitude Patriarch Michel Sabbah

  • His Grace Bishop Dr. Munib Younan

  • His Eminence Archbishop Atallah Hanna

  • Rev. Dr. Jamal Khader

  • Rev. Dr. Rafiq Khoury

  • Rev. Dr. Mitri Raheb

  • Rev. Dr. Naim Ateek

  • Rev. Dr. Yohana Katanacho

  • Rev. Fadi Diab

  • Dr. Jiries Khoury

  • Ms. Cedar Duaybis

  • Ms. Nora Kort

  • Ms. Lucy Thaljieh

  • Mr. Nidal Abu El Zuluf

  • Mr. Yusef Daher

  • Mr. Rifat Kassis - Coordinator

The ‘Moment of Truth’ document can be downloaded in several languages as PDF files.

English
Arabic
French
German

Organizations adopting the document up until 11 December 2009:

  • Near East Council of Churches – Gaza

  • YMCA

  • Laity Committee in the Holy Land

  • Council for Orthodox Organizations

  • YWCA

  • International Centre of Bethlehem

  • Department of Service to Palestine Refugees

  • Siraj Center

  • International Christian Assembly

  • Arab Orthodox Charitable Society

  • Arab Orthodox Club Union-Jerusalem

  • Arab Orthodox Club-Beit Sahour

  • Arab Orthodox Club-Bethlehem

  • Arab Orthodox Club-Beit Jala

  • Orthodox Housing Society

  • Alternative Tourism Group

  • National Christian Assembly

  • WI'AM –The Palestinian Conflict Resolution Center

  • National Christian Alliance

  • St. Yves



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